I danni della criminalizzazione

0edwin-j-bernardUna persona con Hiv ha il dovere di informare i propri partner sessuali del proprio status? È necessario che le leggi la obblighino in tal senso? Sono diversi i paesi al mondo che prevedono la criminalizzazione della trasmissione – e in alcuni casi anche solo della “esposizione” – alla infezione da Hiv. In altre parole, in certi ordinamenti ci sono leggi che considerano un reato per una persona con Hiv fare sesso senza informare i partner del proprio stato. Anche recentemente, molti utenti hanno invocato nei forum pubblici provvedimenti di questo tipo contro persone che stanno affrontando un processo per lesioni personali gravissime per aver trasmesso – secondo l’accusa colpevolmente o addirittura consapevolmente – l’Hiv.

Ma quanto sono davvero utili questi provvedimenti? E quali sono le conseguenze delle campagne mediatiche che si scatenano contro le persone con Hiv in questi casi? Lo abbiamo chiesto a uno dei massimi esperti in questo campo, Edwin J. Bernard, fondatore e coordinatore di HIV Justice Network, un nucleo di attivisti che lavorano per porre fine all’uso inappropriato della legge criminale per regolare e punire le persone con Hiv.

È vero che in certi paesi ci sono leggi che impongono alle persone con Hiv di dichiarare il proprio stato ai propri partner sessuali? Su quali basi sono state introdotte queste leggi?
Ci sono alcuni paesi in cui dichiarare il proprio stato ai partner sessuali è un obbligo di legge. In questi paesi, ad esempio alcuni stati degli USA, la legge dice che devi dichiararti prima di qualsiasi contatto sessuale con un eventuale partner. E non ci sono altri modi per tutelarsi che possano farti evitare la disclosure: per esempio, se usi il preservativo per proteggere il tuo partner o anche se hai una carica virale non rilevabile che rende impossibile la trasmissione, non importa. Queste leggi sono state scritte in un momento in cui si sapeva poco del rischio Hiv, c’era il panico intorno all’Aids e si capiva poco delle difficoltà nel negoziare il safer sex o il contesto in cui questo poteva avvenire. Anche il problema dello stigma era meno conosciuto o l’impatto che lo stigma può avere sulla vita delle persone con Hiv e su chi è a rischio di contrarlo.

hiv-is-not-a-crimeE che impatto hanno avuto queste leggi sui comportamenti?
Dai dati disponibili e dagli studi condotti, si comprende che queste leggi non hanno spinto né le persone con Hiv né quelle a rischio di Hiv a comportamenti diversi da quelli registrati in altri contesti. Anche perché la maggior parte delle persone non sanno nemmeno che queste norme esistono. In secondo luogo, quello che si è visto è che, anche quando si sa che queste leggi esistono, nelle persone a rischio di Hiv si instaura un falso senso di sicurezza, pensano che se incontrano una persona con Hiv quella dovrà informarli del suo status. Così credono che si possa fare sesso senza preservativo in generale, se il tuo partner non ti dice che ha l’Hiv. Uno dei grossi problemi in questo caso è che alcune persone non dichiarano di avere l’Hiv o perché non lo sanno – e queste sono anche le persone più contagiose – oppure perché hanno paura delle conseguenze derivanti dal fatto di consegnare una informazione così delicata a una persona che potrebbe essere uno sconosciuto con cui si fa sesso una sera; in questo caso c’è il timore di vedere violata la propria privacy anche considerando che negli Stati Uniti non ci sono leggi che proteggano contro il fatto di perdere la casa o il lavoro in conseguenza dell’Hiv. Questi sono alcuni dei motivi per cui queste leggi non sono molto utili a prevenire la diffusione dell’infezione.

Comunque, anche in assenza di leggi, alcuni credono che le persone con Hiv dovrebbero dichiarare il proprio stato ai propri partner sessuali.
C’è una grande differenza tra quello che possiamo definire un dovere morale e qualcosa che diventa un crimine se non lo fai. In un mondo ideale, sarebbe magnifico se tutti coloro che sanno di avere l’Hiv potessero parlarne liberamente con i propri partner sessuali all’inizio della relazione in modo che entrambi possano fare delle scelte consapevoli. Oltre a questo c’è anche l’aspettativa da parte della persona con Hiv che il partner considererà quell’informazione come confidenziale. L’Hiv è uno degli aspetti che hanno a che fare con la fiducia e che entrano in gioco all’inizio di una relazione. Non si tratta solo di gestire il rischio di infezioni a trasmissione sessuale, ma proprio di affrontare le questioni fiduciarie di tipo emozionale, finanziario e tutte quelle aspettative che le persone hanno all’inizio della relazione. Ma che sia in una relazione che ci si aspetta possa continuare o in un incontro casuale di una notte, la raccomandazione dall’UNAIDS è che la comunicazione relativa allo stato di sieropositività è un processo che deve essere volontario e può richiedere del tempo. Se la persona con Hiv fa tutto quello che può per proteggere il proprio partner, per esempio usando il preservativo oppure assicurandosi di avere una carica virale non rilevabile, non c’è nessuna ragione ulteriore speciale per cui si dovrebbe dichiarare il proprio status all’inizio della relazione o prima di fare sesso.

hiv-is-not-a-crime-2Parliamo dell’atteggiamento dei media nei confronti delle persone che vengono portate in tribunale per avere trasmesso l’Hiv ai loro partner sessuali: in genere il linguaggio che viene usato è piuttosto forte, con termini come “untore”, “mostro” o simili. Che conseguenze ha la diffusione di questo tipo di messaggi?
Uno dei problemi dell’Hiv in molti paesi, tra cui l’Italia, è che raramente se ne parla sui giornali. Le persone credono che sia qualcosa che riguardi l’Africa e forse nemmeno più in maniera così grave. Perciò quando c’è una storia sull’Hiv, è perché è accaduto qualcosa di brutto. Questo crea nell’opinione comune l’idea che le persone con Hiv sono persone cattive e incrementa lo stigma. Ci sono diversi studi dello Stigma Index che mostrano come in diversi paesi al mondo, i report giornalistici che fanno riferimento solo a una fonte, quella della persona contagiata, e che non riferiscono il punto di vista delle persone con Hiv, provocano un aumento dello stigma e creano problemi per tutti i tipi di interventi di prevenzione come la possibilità che le persone si avvicinino al test o che siano disposte a parlare di come tutelare la salute sessuale prima di un rapporto. Se le storie nei media creano questa atmosfera oppressiva insistendo su come le persone con Hiv dovrebbero sentirsi obbligate a parlare del proprio status, questo fa un sacco di danni.

Come possono reagire le organizzazioni di lotta all’Aids di fronte a questi casi di giornalismo che rischiano di fare più danni che altro?
Ci sono esempi importanti in casi simili in altri paesi?Posso parlare di un paio di casi avvenuti nel mio paese, il Regno Unito, e in Canada che è, dopo gli Stati Uniti, il paese con il maggior numero di casi di criminalizzazione al mondo. Nel Regno Unito c’è una organizzazione che si chiama National Aids Trust che ha creato sia la guida per giornalisti su come parlare di Hiv sui media sia un gruppo di volontari che si occupa di commentare e correggere il tiro ogni volta che viene pubblicata una storia sull’Hiv problematica o stigmatizzante. Spesso questa associazione riesce ad ottenere che l’articolo venga corretto o che ci siano delle scuse se la storia è davvero scritta male. In Canada c’è stato un ottimo studio sugli articoli apparsi in relazione a un caso specifico avvenuto a Ottawa: un uomo gay era stato accusato di aver trasmesso l’Hiv ai suoi partner e questo era stato riportato in maniera stigmatizzante sui media. Lo studio mostra che le probabilità che i maschi gay che non avevano mai fatto il test Hiv e che avevano comportamenti a rischio facessero finalmente un test diminuivano dopo aver letto questi articoli. Quindi l’impatto sulla salute pubblica è negativo: non solo offende le persone con Hiv, non solo aumenta lo stigma ma è anche controproducente dal punto di vista della salute delle persone.

Parlando di stigma: qual è il rapporto tra stigma omofobico e stigma verso le persone con Hiv in questi casi? Sono più frequenti i casi di report giornalistici stigmatizzanti verso persone gay o verso persone eterosessuali?
Non ci sono regole in proposito. Quando un caso va all’attenzione dei media, possono essere scritte cose terribili sia nel caso che si tratti di un rapporto etero che di un rapporto gay. Va detto però che la maggior parte dei casi di criminalizzazione vengono iniziati da persone che non si sentono a rischio di contrarre l’Hiv: ecco perché molte denunce di questo tipo vengono da donne eterosessuali. Il concetto che sta alla base di questi comportamenti, quindi, è che ci sono persone che non credono di doversi proteggere nei rapporti sessuali; credo che il fatto che questa convinzione sia priva di fondamento sia sotto gli occhi di tutti.

articolo apparso originariamente sul numero 82 di Anlaids ByMail di dicembre 2015

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