HIV e migranti: lo studio aMASE

02-aMASE-IS_IT-1Quali sono le barriere per l’accesso ai servizi sull’Hiv delle persone migranti? E dove si infettano quelli tra loro che vivono con l’Hiv? Per cercare di dare risposta a queste domande è stato condotto lo studio aMASE (advancing Migrant Access to health Services in Europe), condotto all’interno dell’EuroCoord grazie a un finanziamento della Commissione Europea e a un grant di Gilead sciences. In realtà si è trattato di due studi paralleli: uno studio clinico, condotto in 57 strutture per il trattamento dell’HIV di 9 paesi europei, e uno studio di community che ha visto il coinvolgimento di associazione di lotta all’AIDS e di supporto ai migranti.

Lo studio clinico

Nell’ambito dello studio clinico, sono stati raccolti dati tra luglio 2013 e luglio 2015 su circa 2000 migranti adulti diagnosticati con HIV da almeno cinque anni e residenti nel paese di accoglienza da almeno sei mesi, seguiti presso centri clinici di Belgio, Germania, Grecia, Italia, Olanda, Portogallo, Regno Unito, Spagna e Svezia. I dati raccolti con il questionario elettronico sono stati collegati, attraverso un identificativo anonimo, a quelli clinici conservati nei centri: in questo modo è stato possibile collegare la storia personale dei migranti coinvolti con dati come carica virale, conta CD4, regime antiretrovirale e coinfezioni.

I partecipanti dovevano essere in grado di compilare il questionario disponibile in 14 lingue diverse (arabo, aramaico, francese, greco, inglese, italiano, olandese, polacco, portoghese, russo, spagnolo, somalo, tedesco e turco). I risultati preliminari basati su 1770 questionari mostrano un campione con un’età media di 37 anni per le donne e 36 per gli uomini; delle 536 donne, la maggior parte proviene dall’Africa (60,5%) mentre il gruppo maschile più rappresentato è quello di provenienza America latina/Caraibi (36,6%). Per le donne, l’orientamento sessuale è quasi per tutte eterosessuale (93,4%) mentre il 59,2% degli uomini si dichiara gay. Il 54% delle donne e il 72,8% degli uomini ha uno status di immigrato regolare.

Rispetto alla diagnosi di HIV, solo il 7% dichiara di averla ricevuta nel paese di origine. Un terzo di loro non ha un precedente test HIV negativo mentre tra coloro che lo hanno, il test è avvenuto nell’attuale paese di residenza per il 60% dei casi. Il 42,4% dei partecipanti ha una conta dei CD4 al momento della diagnosi inferiore a 350 cellule.

Riguardo all’accesso ai servizi sanitari, il 42% degli intervistati dichiara di aver frequentato lo studio di un medico di medicina generale, il 30,4% un dentista, il 22% un pronto soccorso e il 13,2% una clinica per la salute sessuale. Tuttavia, solo il 15,7% riferisce di aver sentito nominare il test HIV dal proprio medico di medicina generale, l’1,9% dal dentista e il 4,9% dallo staff del pronto soccorso, mentre per il 62,7% se ne è parlato presso la struttura di cura delle infezioni a trasmissione sessuale. Le difficoltà nell’accesso alle strutture sanitarie sono soprattutto i lunghi tempi di attesa per il 43,6% degli intervistati, mentre il 38,2% riporta motivi tra cui il pregiudizio anti-HIV o anti-immigrati, la scarsa qualità dei servizi, la difficoltà nel comprendere come accedere e problemi con lo status di immigrato.

Lo studio della community

Il secondo studio è stato diretto da un gruppo di membri delle associazioni di lotta all’AIDS e di assistenza ai migranti, coordinati dallo European AIDS Treatment Group. Questo comitato ha lavorato per promuovere un questionario attraverso incontri e seminari in Belgio, Francia, Germania, Grecia, Italia, Olanda, Portogallo, Regno Unito e Spagna. Pensato per un target di 1000 persone, lo studio ha raccolto 1637 questionari, soprattutto da Regno Unito, Grecia e Italia.

L’età media dei partecipanti è di 35 anni per le 559 donne e 34 per gli uomini. La maggior parte proviene dall’Europa, dall’Africa o da America Latina e Caraibi. Il 56% degli uomini si dichiara gay mentre le donne sono nell’86% dei casi eterosessuali. Solo il 3-4% dei partecipanti riferisce uso di droghe per via iniettiva in qualsiasi momento della vita. Il 63-66% ha uno status di immigrato regolare.

Rispetto all’esecuzione del test HIV, il 73,1% ha fatto un test precedentemente, più frequente tra gli uomini rispetto alle donne. La maggior parte ha visitato un medico di medicina generale, un dentista, un ambulatorio o un pronto soccorso ma anche in questo caso la percentuale di chi riferisce che il test HIV è stato nominato durante questi incontri, a parte presso le cliniche per le infezioni a trasmissione sessuale, è molto bassa. Tra chi non ha mai effettuato il test, il motivo più frequente per non farlo è non percepirsi a rischio. Per chi l’ha fatto, il posto più comune dove farlo è per gli uomini la clinica per le infezioni a trasmissione sessuale o un centro per il test HIV, per le donne l’ospedale. Il 19% dei partecipanti (n=224) ha un test positivo. Tra questi l’86% è registrato per l’assistenza sanitaria di base, contro il 69% tra chi non ha una diagnosi di HIV, e circa il 98% riferisce di aver visto il proprio medico per l’HIV durante l’ultimo anno.

Luogo della diagnosi

Una successiva analisi dei dati ha cercato di ottenere informazioni riguardo al luogo di acquisizione dell’HIV nei migranti. Per fare ciò, si sono utilizzati sia le informazioni relative alla storia di test HIV dei partecipanti, sia i dati comportamentali raccolti. Basandosi su queste informazioni, i partecipanti sono stati suddivisi in quattro gruppi:

  • sicuramente pre-migrazione: per coloro con un test HIV positivo prima dell’arrivo nel paese di accoglienza documentato o riferito;
  • probabilmente pre-migrazione: data di sieroconversione stimata ad almeno un anno prima dell’arrivo, anno di diagnosi corrispondente all’anno di arrivo e diagnosi di AIDS entro tre mesi dalla diagnosi di HIV, nessun rapporto sessuale nel paese di arrivo e nessuna storia di droghe iniettive oppure storia di droghe iniettive solo nel paese di origine;
  • probabilmente post-migrazione: per coloro che a un anno dopo l’arrivo riferiscono un test HIV positivo o per cui si stima la data di sieroconversione a un anno dopo l’arrivo, e che hanno usato droghe iniettive solo nel paese di arrivo o hanno fatto sesso senza condom nel paese di arrivo e non hanno mai usato droghe iniettive;
  • sicuramente post-migrazione: per coloro con un test HIV negativo documentato dopo l’arrivo.

Delle 2143 persone intervistate con risultati preliminari, il 68% è maschio, l’età media 37,6 anni, l’11% proviene dall’Europa occidentale, il 10% dall’Europa centrale e il 5% da quella orientale, mentre il 33% viene dall’Africa sub-sahariana, il 32% dall’America Latina o Caraibi, il 5% dall’Asia. La proporzione di uomini con educazione universitaria è più alta rispetto a quella delle donne (47% contro 25%) mentre quella delle persone impiegate in lavori domestici o di cura personale è maggiore tra le donne (13% contro 3%).

Il fattore di rischio per HIV più comune è il sesso gay per gli uomini e quello etero per le donne. Solo il 38% dei partecipanti ha i risultati di un precedente test HIV mentre il 78% dei partecipanti è in terapia antiretrovirale al momento dello studio, con una conta dei CD4 media alla diagnosi apri a 350.

Post-
migrazione
Pre-
migrazione
No data
Africa sub-sahariana 22% 31% 47%
America latina e Caraibi 8% 68% 24%
Asia 18% 57% 25%
Europa occidentale 12% 69% 19%
Europa centrale 8% 60% 32%
Europa orientale 12% 58% 30%
Donne eterosessuali 18% 36% 46%
Uomini eterosessuali 13% 36% 51%
Maschi che fanno sesso con maschi 11% 72% 17%
Consumatori di droghe iniettive 15% 67% 18%
Altro o ignoto 14% 42% 44%

 

In questo campione, è stato possibile determinare il momento di acquisizione dell’infezione da HIV per 1455 persone, pari al 68% (i risultati nelle tabelle sopra), mentre per il 30% non è stato possibile risalire alla data di infezione e solo per il 2% si sono riscontrate contraddizioni nei dati raccolti.

I risultati mostrano che una grande quota di migranti che vivono con HIV in Europa ha acquisito l’infezione dopo la migrazione; solo coloro che vengono dall’Africa sub-sahariana hanno più frequentemente contratto l’HIV prima di emigrare, mentre tra chi viene dall’Europa occidentale, dall’America Latina e dai Caraibi e tra i maschi che fanno sesso con maschi è più frequente che l’HIV sia stato contratto dopo la migrazione.

articolo originariamente apparso su Anlaids ByMail n. 80 di novembre 2015

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