Come ricostruire la fiducia

Nel 2009 Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri dal lui fondato nel 1963, ha pubblicato sul British Medical Journal insieme con Iain Chalmers un articolo significativamente intitolato I pazienti e il pubblico meritano grandi cambiamenti nella valutazione dei farmaci. Basti citare la prima frase di quell’articolo: “L’industria farmaceutica ha un problema di immagine, e servono grandi cambiamenti per ripristinare la fiducia del pubblico”.

Professore, qual è il peso dell’industria nel campo della ricerca medica?
Le industrie non sono gli unici soggetti che fanno ricerca. Ci sono anche i soggetti pubblici, come le Università che la orientano alle attività didattiche o enti pubblici come il Centro Nazionale per le Ricerche che segue linee dettate dalle direttive del Governo. Poi ci sono enti privati no-profit, come l’Istituto Mario Negri, completamente indipendente sia dall’industria sia dallo Stato e dall’Università. E infine abbiamo l’industria farmaceutica che ha un’altra ottica, quella di sviluppare prodotti dai quali trarre del profitto. Questo avviene non solo per i farmaci ma anche per i dispositivi medici oppure per i macchinari o gli strumenti informatici che permettono un migliore avanzamento della ricerca. Ma non bisogna dimenticare il fondamentale contributo alla ricerca dato dai cittadini sia attraverso le tasse che servono a finanziarla sia rendendosi disponibili a partecipare agli studi clinici.

Quindi molti contributi alla ricerca, in definitiva, vengono dalle imprese commerciali private, sia perché la svolgono direttamente sia perché offrono gli strumenti per portarla avanti.
È difficile prescindere dal contributo delle imprese commerciali per fare ricerca. E questo costituisce sia una grande forza, perché possono mettere a disposizione enormi mezzi per questo scopo, sia un handicap perché i settori nei quali scelgono di indagare dipendono dai loro interessi. Si rischia, cioè, che non siano coperti altri settori che non offrono una prospettiva di guadagno ampia, come ad esempio quello delle malattie rare. Inoltre può accadere anche che le imprese commerciali mettano a disposizione prodotti sostanzialmente uguali ad altri già esistenti, contribuendo così ad accrescere le possibilità di ricavo per l’industria ma non i reali benefici per le persone che li impiegano.

Crede che sia fondato anche temere che, perseguendo il guadagno, vengano commercializzati prodotti medici che non offrano alcun beneficio per chi li usa?
Di esempi di questo tipo è pieno il mondo. Basta pensare agli integratori alimentari che non hanno dimostrato nessuna reale efficacia. Purtroppo ci sono molti esempi di cose che vengono prodotte solo per garantire un guadagno e non perché facciano bene alla salute.

Quindi come possiamo costruire la fiducia negli strumenti che sono messi a disposizione per la nostra salute?
La fiducia viene dal fatto che questa medicina ci ha permesso di avere grandi miglioramenti nella qualità della vita e di allungare le aspettative di vita per tante persone. I progressi nella medicina e quindi nella nostra salute li dobbiamo proprio a questo modello. Questo non significa che non possa essere migliorato. Noi abbiamo proposto già qualche anno fa quattro azioni che secondo noi aiuterebbero a rendere la ricerca più capace di rispondere ai bisogni reali delle persone: innanzitutto che sia obbligatorio registrare tutti i trial clinici in un registro pubblico; quindi che i dati utili a ottenere la registrazione di una nuova specialità farmaceutica o un dispositivo medico siano resi disponibili a tutti coloro che sono interessati; in terzo luogo imporre che i nuovi prodotti non vengano approvati solo se rispondono a criteri di qualità, sicurezza ed efficacia ma anche se offrono un valore aggiunto, rendendo necessario che risultino migliori in confronto ai prodotti già esistenti. Infine incoraggiare e incrementare la ricerca indipendente, ad esempio rendendo obbligatorio che nei dati necessari per l’approvazione di un nuovo prodotto siano inclusi anche quelli derivanti da uno studio condotto da un ente di ricerca indipendente.

Articolo originariamente apparso su Anlaids ByMail n. 58 del gennaio 2014

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